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Gestione attiva o gestione passiva?
10/08/2017 - Emanuele Carluccio
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In base alla propria tolleranza al rischio e all’orizzonte temporale che caratterizza i diversi obiettivi di investimento, il singolo investitore individua i propri mercati di interesse, definisce la strategia d’investimento e seleziona la soluzione migliore per implementarla.

Poi il bivio: gestione attiva o gestione passiva?  

Investire in chiave attiva significa scommettere sulle capacità del gestore di riuscire a battere il benchmark di riferimento, ovvero assumere delle scommesse rispetto all’andamento del mercato.  

Investire in chiave passiva significa replicare fedelmente l’andamento di un indice azionario o obbligazionario, di un indice del mercato immobiliare, di indici settoriali, di materie prime o di panieri di azioni o obbligazioni. 

Alla fine del 2016, il patrimonio in gestione degli Exchange Traded Product, tra i quali si fanno rientrare gli ETF (Exchange Traded Fund), le ETN (Exchange Traded Notes) e gli ETC (Exchange Traded Commodities), ha raggiunto i 550 miliardi di euro, raddoppiando l’ammontare negli ultimi 5 anni. Questa tendenza dovrebbe confermarsi anche grazie alla nuova normativa Mifid II, che impone una maggiore trasparenza sui costi degli strumenti finanziari e dovrebbe, così, avvantaggiare ulteriormente i prodotti con struttura dei costi meno complessa, proprio come gli ETF. 

La maggiore trasparenza imposta dalla Mifid II dovrebbe permettere anche di scoprire in che percentuale ogni singolo strumento è scambiato su un mercato regolamentato e in quale percentuale, invece, nei mercati over the counter.
La tendenza attuale segnala, quindi, una potenziale forte crescita ulteriore della gestione passiva. 

La scelta fra le due alternative è dettata anche dalla fiducia che si ripone nelle capacità del gestore attivo di poter battere il benchmark, ovvero dalla convinzione che il maggior rischio assunto ex-ante e il maggior costo rispetto all’alternativa passiva vengano ripagati da un maggior rendimento ex–post.

Dunque chi opta per la gestione attiva dovrebbe in linea teorica assicurarsi un maggior rendimento. Ma siamo sicuri sia così? 

Uno studio condotto nell’Aprile 2012, Le determinanti della performance dei fondi comuni: uno studio cross-country, mostra come i fondi azionari abbiano complessivamente sottoperformato rispetto al mercato e come, anche tra i fondi obbligazionari, non ci sia evidenza di ritorni migliori rispetto ai benchmark.

Già nel 1991 Sharpe, nell’articolo The Arithmetic of Active Management, dichiarava l’impossibilità di definire quale fosse, a priori, la miglior gestione, sostenendo che non tutti i gestori che si definiscono passivi seguono realmente una gestione passiva degli investimenti e, analogamente, che non tutti i gestori attivi cercano di battere sistematicamente il benchmark di mercato. 
Diventa, quindi, complesso confrontare i risultati provenienti da tipi di gestione eterogenee, che non consentono di poter utilizzare valori medi o mediani di performance che rischierebbero spesso di essere sporcati da una sbagliata categorizzazione del tipo di gestione seguita.   

Ciò non significa che un gestore attivo non possa registrare una performance migliore di quello passivo ma si pone semplicemente un campanello d’allarme: va bene il confronto purché questo si basi su alternative che siano di fatto paragonabili. 

A prescindere dal rendimento offerto e dalla possibilità di esprimere un giudizio di preferenza sulla gestione attiva rispetto a quella passiva, gli strumenti a gestione passiva stanno evidenziando una forte crescita. Ciò si deve probabilmente ai loro costi molto più contenuti - dal momento che si tratta di veicoli di investimento che non presentano commissioni di entrata, di uscita o di performance - e all’assenza del rischio di insolvenza, dal momento che il loro patrimonio resta separato rispetto a quello della società che ne cura l’attività di costituzione, gestione e amministrazione. 

Nel 2015 il solo comparto degli ETF a reddito fisso ha registrato un +12% rispetto al 2014 ed è arrivato a rappresentare lo 0.50% del mercato obbligazionario mondiale, lasciando intravvedere ampi margini di sviluppo. 

Proprio per far fronte all’impossibilità di definire a priori quale delle due gestioni sia migliore, Quantalys offre all’utente, all’interno del suo ottimizzatore, la possibilità di prediligere nella proposta di un nuovo portafoglio, una gestione più attiva o una più passiva sulla base della Tev dei diversi strumenti.

 


Emanuele Carluccio Professore ordinario di Economia degli Intermediari Finanziari all'Università di Verona - Docente senior della Sda Bocconi School of Management di Milano.

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